Di recente alla radio hanno passato una canzone della mia gioventù: «Lady in Black» degli Uriah Heep, un pezzo rock semplice ma coinvolgente. Mi è bastato sentire le prime note per tornare con la mente a un corso di sci con la scuola alla fine degli anni Settanta. Tutto mi è apparso in modo vivido: la camerata polverosa dove alloggiavamo nell’Oberland Bernese, la confettura di fragole e rabarbaro, le grandi fette di pane scuro, la cioccolata della colazione. Tanta neve e la suddivisione in gruppi a seconda delle capacità sciistiche. L’ultima sera la discoteca con «Lady in Black» e altre hit. Gli insegnanti controllavano, riga alla mano, che mantenessimo le distanze appropriate durante i lenti.
Incredibile quanti ricordi la musica sappia scatenare. O quante emozioni. O quanti ricordi e quante emozioni. Ciò succede a tutti, indipendentemente dalla musicalità di ognuno di noi. E funziona anche per chi è affetto da demenza, perfino in fase avanzata. Le persone che hanno problemi di memoria faticano a ricordarsi chi sono, ma non scordano certi brani musicali, che fungono da porte sul passato. Può succedere che chi non è più in grado di parlare all’improvviso intoni le parole di una canzone. Le persone perse in se stesse riacquistano consapevolezza grazie a certi brani ristabilendo un contatto con i familiari o gli assistenti curanti. Per un po’ sanno di nuovo chi sono e riescono a parlare in modo coerente.
Un fenomeno affascinante che i neuroscienziati spiegano con il particolare effetto che la musica svolge sul cervello, dove si trova registrata in modo forte e chiaro. L’ascolto della musica coinvolge diverse aree cerebrali, dalla memoria alle emozioni, fino al centro del movimento. Ciò permette di immagazzinare la musica in vari modi. La musica è uno stimolo così potente che può far riaffiorare ricordi e sensazioni anche quando il nostro cervello è danneggiato da una patologia come la demenza.
Il nostro io
è incastonato come un tesoro
in un brano musicale.
Alcuni istituti di cura in Svizzera utilizzano, con ottimi risultati, playlist personalizzate per l’assistenza alle persone affette da demenza. La musica può inoltre scatenare il suo «superpotere» in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Capita anche nella mia famiglia, dove la demenza è entrata da ormai due anni. Grazie ad alcuni pezzi musicali molto amati, un confuso pomeriggio in ospedale si può trasformare in un momento assai piacevole. Canzoni cantate durante un viaggio in auto verso l’Italia allontanano per un po’ la malattia.
Il fatto che la consapevolezza di noi stessi, il nostro passato, il nostro io siano incastonati come un tesoro in un brano musicale familiare e possano essere recuperati è una cosa bellissima. Con la musica che ci accompagna nella vita, ci prendiamo automaticamente cura dei nostri ricordi. Tutti noi dovremmo fare una lista comprendente almeno cinque brani musicali amati: questo il consiglio che mi ha dato una volta un musicoterapeuta in pensione. Nel caso ci ammalassimo di demenza, tornerebbero utili. Da allora sto lavorando alla mia top 20. «Lady in Black» non ne fa parte. Ho invece inserito «Tant de belles choses» di Françoise Hardy. Quali sono invece i vostri pezzi preferiti, care lettrici e cari lettori?

Susanne Wenger è giornalista e storica a Berna. Scrive di politica, società, scienza e anche di vecchiaia e demenza.

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