Una mattina di novembre del 2024, all'alba, lessi i risultati delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Normalmente avrei continuato a fare scroll down e avrei anche acceso la TV per assorbire ogni notizia. È così che affronto il caos: riempiendomi di informazioni. Quella mattina, tuttavia, decisi di fare diversamente. Chiusi l'app, misi via lo smartphone e iniziai la mia giornata, che appariva piacevolmente poco spettacolare: caffè fumante alle prime luci del giorno, esercizi per la schiena, lavoro al computer. A mezzogiorno una passeggiata sotto un debole sole. Come sempre, il cagnolino sul balcone vicino mi fece sorridere, abbaiando e comportandosi come se fosse il padrone del quartiere. Continuai poi a lavorare fino a sera. Cena. Solo allora ricominciai a seguire i resoconti delle elezioni americane, con interesse ma in uno stato mentale più rilassato. 
 

La routine viene considerata noiosa. Ma è proprio questo il suo valore. Quel giorno a me aiutò a prendere le distanze da un evento politico e ancora più utile si rivela per le persone affette da demenza. Perché la quotidianità offre spazio e tempo per contrastare il senso di impotenza che assale i malati. Si tratta di un effetto positivo che nessun farmaco è ancora in grado di offrire.


Le famiglie interessate lo sanno bene: creare giornate regolari e ben strutturate fa la differenza. Un ritmo tranquillo crea stabilità, un ambiente familiare sicurezza. Gli esperti consigliano di dar vita a rituali, perché offrono orientamento: una passeggiata dopo pranzo, la crema sui piedi prima di andare a letto. Le faccende di tutti i giorni che sembrano poco importanti possono regalare pace. I piccoli gesti e le interazioni della vita quotidiana sono portatori di dignità. Trovo particolarmente interessante ciò che la scienza ha da dire al riguardo. Sono infatti state riscontrate connessioni tra la vita quotidiana e l'identità, vitali per chi è affetto da demenza.


Continuiamo a mantenere la nostra identità anche quando la nostra memoria e i nostri ricordi svaniscono? Lo psicologo sociale Tom Kitwood afferma che, finché gli altri la riconoscono e la sostengono, la «personalità» rimane presente. Una frase semplice come «È bello averti qui» rinnova di volta in volta l'identità dei malati. Il filosofo Michael Jungert si spinge oltre, affermando che i ricordi non sono solo nella testa, ma anche nel corpo, nei sentimenti e nelle abitudini. In comportamenti interiorizzati in cui la personalità rimane riconoscibile nonostante tutti i cambiamenti. Questa «memoria biografica implicita» si mantiene, anche se i fatti e le esperienze sono difficilmente accessibili a livello cosciente.
 

La memoria profonda di sé può essere utilizzata nella vita quotidiana. Un profumo, un album fotografico, una canzone, un oggetto: tutto ciò racconta il passato e crea stati d'animo. Attività familiari come stirare la biancheria, tagliare l'insalata e leggere il giornale creano continuità e senso di appartenenza. Le relazioni esprimono vicinanza, anche senza grandi parole. In questo modo i familiari possono creare punti fermi prestando ovviamente attenzione allo stato della persona malata. La routine va bene, basta che non sia troppo rigida.
 

La vita quotidiana, così poco appariscente e costante, aiuta dunque a preservare l'identità. Giorno per giorno. Può dunque fornire una risposta silenziosa alla domanda più fondamentale e più difficile che la demenza pone: quella della perdita di identità. Un traguardo importante.